sabato 20 marzo 2010

Il superburocrate da 41.000 euro al mese

Quando si dice premiare il merito. In Sicilia parecchie città sono sommerse dalla spazzatura, ad Agrigento l'acqua arriva una volta ogni 15 giorni e nel resto dell'isola ci sono proteste diffuse per come funzionano gli acquedotti. Voi quanto paghereste il capo dell'Agenzia regionale rifiuti e acque? La Regione Sicilia gli dava quasi 1.500 euro al giorno. La storia incredibile di Felice Crosta, raccontata nel mio libro, La casta dell'acqua, ora è giunta a una conclusione ancor più paradossale: è andato in pensione con un assegno da 41.600 euro al mese, come ha raccontato Laura Anello sulla Stampa. Lordi, ci mancherebbe. Immagino che l'avvocato Crosta abbia in casa un altarino con la foto di Totò Cuffaro. Fu lui a nominarlo direttore generale dell'agenzia, dopo che già aveva dato prova di tanta capacità come vice commissario all'emergenza rifiuti. L'Agenzia ha funzionato talmente bene che il governatore attuale, Raffaele Lombardo, l'ha chiusa tre mesi fa. Ma niente paura: Cuffaro aveva pensato anche al futuro di Crosta. E sennò che minchia di amico sarebbe? Nella legge che istituiva l'agenzia era stato inserito un comma secondo cui al direttore generale sarebbe spettato il privilegio di calcolare la propria pensione sulla base dell'indennità che gli era stata assegnata (quella d'oro da 1.500 euro al giorno). A Crosta, nominato a marzo 2005, non è rimasto altro da fare che fare domanda di pensione nel luglio successivo. E, ora, salutare tutti e godersi i 41.600 euro al mese più un milione e mezzo tra liquidazione e arretrati. Che la Regione deve pagare perché ha tentato di dargli solo 219.000 euro l'anno. Lui ha fatto ricorso e la Corte dei conti ha stabilito che gliene spettavano il doppio. Così Crosta ora può bere tranquillo alla salute dei generosi (e assetati) corregionali. Cin cin.

mercoledì 17 marzo 2010

Attenti alla brocca che si beve il portafogli

Ieri entro in un negozio di casalinghi di Milano che promette saldi quasi sovrannaturali, merce praticamente regalata: "noi rinnoviamo il locale, tu rinnovi casa". Dopo aver dato un'occhiata agli sconti (più che sovrannaturali sono risultati irreali) sento una signora chiedere alla cassa quanto costano i filtri di una nota brocca per depurare l'acqua da bere. "Trentadue euro", risponde il cassiere. Non ce l'ho fatta a trattenermi, sono più impiccione di supergiovane: "Non è un po' troppo per un oggetto inutile?".
Lo so, dovrei farmi gli affari miei, ma non riesco a tacere di fronte al dilagare della brocca che dovrebbe farci bere acqua pulita e invece si beve i nostri soldi. Altroconsumo ha sottoposto a test i tre modelli più diffusi e ha verificato che nel migliore dei casi non servono a nulla. Nel peggiore rilasciano ammonio nell'acqua. Ma comunque, visto che i filtri costano oltre dieci euro l'uno e durano un mese, si può parlare di suicidio economico. A due euro al pacco da sei, è come comprare una bottiglia da un litro e mezzo al giorno. Dov'è il risparmio? Per non dire del fatto che l'acqua del rubinetto è decisamente migliore, a Milano in particolare.
Cara signora, ci sono casi in cui perdere la brocca è decisamente meglio che trovarla.

lunedì 15 marzo 2010

Siamo fatti d'acqua? Basta slogan

Il nostro corpo è fatto al 70 per cento di acqua (altri arrivano a dire 90). E' uno degli slogan più spesi dal movimento che vuole un sistema idrico pubblico ed è anche la premessa usata per concludere che l'acqua non può essere una merce, non può dunque essere soggetta a leggi economiche. E di cosa è fatto quel che resta del nostro corpo? C'è un 18 per cento di carbonio. Dunque non possiamo commercializzare niente che sia fatto di carbonio?
Il movimento per l'acqua pubblica ha il pregio di aver catalizzato su questo tema l'attenzione di migliaia di persone. Ma perfavore basta vuoti slogan. Ragioniamo su come usare questa risorsa che, al contrario di come ha scritto in un articolo l'ex ministro Paolo De Castro, è rinnovabile. A patto di mantenere un giusto equilibrio dei bacini idrografici. Non è detto che a far questo mestiere siano più brave le aziende. Ma nemmeno che qualunque cosa sia gestita dal pubblico funzioni meglio. Purtroppo in Italia è spesso il contrario. Non è un motivo per accettare qualunque privatizzazione, ma bisogna fare proposte serie. A colpi di slogan nell'acqua ci annegheremo.

domenica 14 marzo 2010

Ci mancava proprio un altro blog...

E' vero, non se ne sentiva la necessità. Per questo ne ho aperto uno. Tra pubblico e privato: è uno dei grandi, falsi dualismi in cui si dibatte la nostra società, tutta intenta a favoleggiare dei massimi sistemi e così distratta quando si tratta di assicurarsi che il motore del Paese giri come si deve. E' meglio una gestione privata o pubblica? Si dice che la logica privata è quella di fare soldi. Invece i dipendenti pubblici lavorano gratis e per vocazione? Prima di decidere tra pubblico e privato, non sarebbe meglio decidere a quali condizioni vogliamo che funzioni un servizio e chi e come deve controllarlo e tutelarne gli utenti?
Se si guarda alla storia degli ultimi anni, si assiste a numerose privatizzazioni ma anche a "ripubblicizzazioni", con esiti diversi. Le telecomunicazioni in Italia non saranno il massimo, i call center magari non rispondono al primo squillo e ci mettono un po' a risolvere i problemi, ma vi ricordate che stress parlare con un operatore della Sip? Ma c'è anche l'esempio opposto, la catena di incidenti e disservizi dei treni inglesi dopo la privatizzazione. Oppure le autostrade italiane: non mi pare che funzionino molto meglio da quando sono private e gli investimenti continuano a scarseggiare. Ecco cosa dice in proposito il rapporto dell'Ance, l'associazione dei costruttori: "Nel 1970 la rete italiana, con una lunghezza complessiva pari a 3.913 km, era seconda solo a quella tedesca, che misurava complessivamente 6.061 km, ma soprattutto era rispettivamente 2,5 e 10 volte quella francese e quella spagnola. Dal 1970 al 2006, l’Italia ha sviluppando la propria rete poco più del Regno Unito, costruendo 2.641 km di autostrade. Nello stesso periodo, Spagna e Francia hanno fortemente sviluppato la loro rete autostradale realizzando, rispettivamente, 11.686 km e 9.289 km". Anche la Germania, che già aveva la prima rete d'Europa, non si è fermata. Risultato? "Nel corso degli ultimi anni, l’Italia ha visto le differenze con gli altri Paesi europei: negli ultimi 6 anni, l’Italia, ormai staccata, ha infatti compiuto investimenti per allungare la sua rete solo dell'1%".
E allora, cari sacerdoti della privatizzazione e stimati mistici del basta-che-sia-pubblico? Come spiegate che le vostre ricette non abbiano funzionato miracolisticamnte?
Questo blog nasce dalla mia esperienza nel travagliato mondo del giornalismo e soprattutto dalla scrittura del libro "La casta dell'acqua", che esplorando lo stato dell'arte della riforma del sistema idrico, scopre che è preda di una letale commistione tra interessi privati e conflitti di interesse politici. E si pone un unico obiettivo: scrivere prendendo posizione, ma tentando di farlo senza schierarsi in modo preconcetto. Di blog tifosi ce n'erano già abbastanza.
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